Ri-Partire

Giro intorno a questa ri-partenza da un bel po’.
Mi chiedo a cosa serva un blog a fine 2020,con i social che ci fanno parlare e scrivere in continuazione, e mi rispondo che forse serve principalmente a me, ad esprimere il mio pensiero, il mio punto di vista e il mio percorso con persone che siano interessate a leggerne e a conoscermi meglio.

La spinta decisiva me l’ha data leggere le parole di un mio caro amico e trovare in esse conforto e alcuni dei miei pensieri messi su carta digitale.

La verità è che mi crea molta difficoltà utilizzare un social esponendo alcuni contenuti in maniera pubblica; questo non perché sia “pubblico” il contenuto bensì perché alcune cose, se lette sui social senza approfondimenti, suonano altisonanti, egoriferite e persino saccenti così mi risulta difficile esprimere in poche parole il senso che intendo, il seme che vorrei provare a lasciare.


Mi spiego: che cosa ne so io della vita?
Non ho saggezza ascetica da condividere, il mio essere impegnata nel campo della mindfulness e fare la facilitatrice non mi rende illuminata né esempio da seguire;
per quanto la mia empatia sia in apertura e sviluppo, dispongo solo delle mie limitate esperienze di vita che, per quanto numerose o dolorose, non mi rendono speciale rispetto a qualcun altro;
non mi piace neanche pensare di essere quella che risolve le situazioni o ha la risposta giusta al momento giusto, elargendo consigli di vita non richiesti, figurati quanto possa allettarmi l’idea di propormi come tale.
Dunque parlare di consapevolezza in maniera veloce e “social” potrebbe lasciar intendere che io, invece, abbia e voglia elargire saggezza, esperienza, lezioni di vita e di comportamento, oppure risolvere tutti i tuoi problemi con tre respiri.

Eppure ho un sito e i relativi social in cui mostro ciò che faccio e propongo le mie attività, meditazioni e percorsi; tratto di Mindfulness e, di conseguenza, di un qualcosa che oggi etichettiamo come crescita personale, dunque quale sarebbe il grosso problema del parlane sui social?

Il (mio) grosso problema sta nella difficoltà oggettiva di parlare un linguaggio composto di inviti a riflettere e farsi un’idea personale, frasi interessanti che possano fungere da stimolo all’apertura, contenuti che siano inclusivi e non esclusivi…il tutto cercando di farlo sui social, in cui l’immagine parla più di quanto facciano le lettere articolare in parole e frasi e dove, dunque, il giudizio e l’aspettativa finiscono per crearmi uno stress aggiunto del quale non ho bisogno per stare allineata con i miei valori.

Mi chiedo se, per la logica del marketing e del business sui social, per condurre incontri di mindfulness e meditazioni, dovrei mostrarmi come creatura di bianco vestita, pura e immacolata, mentre cammino eterea in un campo di grano, con i capelli che giocano col vento e suggeriscono l’idea di una che nella vita ha capito tutto, ha realizzato tutto e ha trovato la pace interiore irremovibile.
Dovrei dunque?
Non ce la faccio.
Non ne sono capace.
Non sono quel tipo di persona.

E non ho niente in contrario con chi, invece si esprima in termini differenti, sia ben chiaro, ma se cerchi questo, sappi che qui non lo troverai.
La pace della natura è un’esperienza meravigliosa, che vivo ogni volta che posso; l’ordine e la pulizia riflettono indiscussamente un atteggiamento interiore, ma la pace, l’ordine e la pulizia -espressi in termini di interiorità- sono parte della ricerca e del percorso, non necessariamente ciò che già si offre, dunque a me piace parlare il linguaggio del viaggio, non solo mostrare la cartolina della destinazione.
E mi premuro di sottolineare che queste siano le mie scelte personali e la loro messa in discussione, perché, ad esempio, a me piacciono le “cartoline” degli altri.

A me piace mostrare, parlare e discutere dell’impegno delle difficoltà del viaggio.

Ecco perché scrivo in questo blog.
Per mostrarti ciò che sono, così che tu possa capire se sono un tipo di persona con la quale ti farebbe piacere provare a lavorare sui percorsi di consapevolezza, nello spazio di un cerchio di pari e senza indorare le pillole.

Perché per me, per la mia personalissima visione, l’immagine ostentata di grazia e bellezza e purezza e equilibrio (tutte “e” volutamente fastidiose nella composizione della frase) non corrisponde al messaggio che voglio dare, a ciò che io vivo, ho vissuto e cerco di trasmettere in ciò in cui accompagno.

Non voglio illudere le persone che un lavoro su di sé si concluda in 8 settimane, né che farlo ci porti ad essere vicini all’estasi spirituale o alla pace dei sensi.
Dunque ci tengo a darti la mia visione del percorso.
Lavorare sulla consapevolezza comporta sporcarsi le mani con sé stessi, scendere nelle parti scure, quelle che puzzano, quelle che fanno male, e lavorare per non averne paura, per poterle accogliere, per abbracciare l’oscurità di cui siamo composti, per capire che quando togliamo il giudizio e la paura, “ombra” non significa il contrario di “luce” e non implica “cattivo” o “buono” di conseguenza.
Lavorare sulla consapevolezza non rende santi, saggi o illuminati; non ci rende esenti da dolore, sofferenza, paura, malattia o morte: ci aiuta a modificare la nostra risposta a questi avvenimenti.
Lavorare sulla consapevolezza non vuol dire amare tutto e tutti per forza, non arrabbiarsi mai o evitare qualsiasi conflitto, bensì ci aiuta a vedere e stabilire dei sani confini di pace dentro e fuori di noi, a conoscerli per poterli esplorare e, solo se vogliamo, ampliarli.
Lavorare sulla consapevolezza vuol dire continuare a cadere, a farsi male, a fallire (sto imparando ad abbracciarla, questa parola: fallimento) ma significa rialzarsi, rispondere in maniera appropriata e ricominciare, riprendere e modificare, rielaborare, continuare a provare accettando le cose così come sono, imparando a vedere chiaramente il confine tra le nostre responsabilità e la nostra impotenza, lasciando andare quando diviene tempo di farlo.

Una mia amica una volta ha scritto “Chiamami Anima di Luce e ti do una testata” e io ho riso tantissimo leggendolo, perché questo è un po’ quello che temo: quando penso che ciò che scrivo o mostro rischia di esser letto come lezione di vita o verità superiore solo perché lavoro nel campo della consapevolezza, quando penso che qualcuno potrebbe pensare di me che io sia un’ anima di luce o affini, provo una paura fottuta, perché tutto ciò che faccio e che vorrei fare, è facilitare l’altra persona all’apertura e al potenziamento di sé stessa, contribuendo a rafforzare la visione propria del mondo, promuovendo l’autonomia e la responsabilità individuale.

In parole povere: se faccio dei buoni biscotti, e tu li vuoi mangiare spesso, preferisco darti la ricetta -e magari poi assaggiare i tuoi, con le tue varianti- piuttosto che farteli sempre io, no?

Il ruolo del facilitatore, diciamocelo, è pieno di tranelli e aspettative (proprie e altrui): ci si impegna ad allineare il proprio essere al proprio fare, ma non sempre ci si riesce; ci si impegna ad essere sempre la migliore espressione di sé ma per quanto ci si sforzi, il tasso di umanità è così alto e diffuso, che pretendere di porsi come esempio da seguire può facilmente condurre verso una trappola per l’ego, che temo sia persino difficile da vedere e distinguere dalla sana volontà di aiutare il prossimo.


“Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto”
“Tu lo capiresti? Io lo capirei?”

Il Gladiatore


Il cammino è così lungo e le lezioni da imparare così numerose, che se dovessimo aspettare di aver finito prima di poter aiutare il prossimo, forse non cominceremmo mai.
Serve un compromesso che non è semplice da trovare quando la parola “lavoro” fa capolino, di questo me ne rendo conto ogni giorno che passa.

Ti faresti mai lavare la testa da una parrucchiera coi capelli sporchi?
E, al contempo, ti faresti mai acconciare da una parrucchiera che fa solo acconciature uguali alla sua?
Appunto.
Serve costruire una via di mezzo per la giusta comunicazione.

Questa via di mezzo io la cerco, tra i testi di chi mi piace chiamare “maestro” perché abbia dedicato una vita all’insegnamento della consapevolezza, nella formazione, nelle neuroscienze, nella psicologia (principalmente Jon Kabat Zinn e Thich Nhat Hanh);
la cerco affidandomi alla consapevolezza che siamo tutti fatti di Stelle e viviamo tutti sotto lo stesso Cielo, che lo spazio e il tempo esiste per ognuno di noi e che condividiamo solo momenti di vita, nei quali ci aiutiamo a leggere le mappa, non necessariamente indicandoci la strada a vicenda;
la cerco nell’impegno verso un dialogo trasparente e sincero, che ci permetta di conoscerci un po’, di sceglierci a vicenda per quei momenti di vita che potremo passare insieme.

Io, per adesso, credo di poterti offrire questo: la ferma convinzione che l’impegno personale fa tutta la differenza, il mio aiuto per seguire un percorso e guardare la tua mappa, senza promesse di felicità immediata e dicendoti da subito che
ci si sporca le mani quando si gira la terra per coltivarla, ma quando il tuo terreno diviene fertile perché lo nutri bene, la fioritura ti restituisce il senso profondo della vita.

Questo 2020 ha rappresentato per me una grossa rottura, un lutto interiore, una ricaduta di salute, un fallimento, una trasformazione, una nuova opportunità e una rinnovata consapevolezza.

Sii la persona della quale avevi bisogno quando avevi bisogno e non c’era nessuno.”

E io avrei avuto bisogno anche di questo: di qualcuno che mi dicesse chiaramente che va bene avere paura, stare male, soffrire, essere arrabbiati; che siamo legittimati a sentire ciò che sentiamo; che possiamo scegliere di non identificarci con i nostri pensieri; che la malattia è parte della vita e che io non sono la mia malattia; che la depressione parla un linguaggio diverso, difficile da ascoltare ma ricco di significati quando lo si comprende appieno; che il lavoro su sé stessi fa schifo ed è difficile, ma è così tanto liberatorio che ti sembra di avere le ali quando scopri il significato profondo del termine libero arbitrio; che andare in terapia non costringe, bensì libera; che abbiamo dentro noi stessi tutto ciò che ci serve, che siamo completi e perfetti così.
Che il ciclo naturale interiore di cui siamo composti è fatto di primavere, estati, autunni e inverni e che ogni stagione è altrettanto preziosa.

Non sono stata breve, forse neanche brava ad esprimere realmente ciò che intendevo, ma sono soddisfatta di aver scelto di scrivere questo articolo per salutare il 2020 e ringraziarti della fiducia che stai riponendo in me.
Perché se hai letto fin qui, hai avuto voglia e pazienza di entrare nel territorio della mia anima, e di questo, te ne sono grata.

V

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