Nel 1999 mi è stato diagnosticato il Morbo di Crohn (oggi Malattia di Crohn), una patologia autoimmune che mi accompagna da allora e comporta vari fattori tra cui sintomi differenti in base al grado di infiammazione, dolore e stanchezza cronica, complicazioni e privazioni nell’alimentazione, problemi incalzanti alle articolazioni, difficoltà nella gestione del peso e, non di meno, influisce in maniera importante sul tono del mio umore fino a incentivare manifestazioni depressive e depressione vera e propria.

Fino a qualche anno fa, gli unici strumenti a mia disposizione erano i farmaci, che presumibilmente prenderò a vita, il monitoraggio continuo e la gestione differente della dieta in base alle sintomatologie.
Non mi vergogno di dire che per tutti i primi 10/15 anni della malattia, non la accettavo: passavo dalla negazione alla depressione, passando per trascuratezza e autolesionismo, disordini alimentari, cure sperimentali ed effetti collaterali nonché un costante senso di inadeguatezza; cercavo con tutte le forze di dimostrare a me stessa e al mondo, di essere in grado di farcela a fare sempre tutto, facendo finta di non avere nulla, senza ascoltare la patologia nel mio corpo e portandomi sempre al limite.
Fingevo di vivere serenamente e dentro mi lasciavo corrodere dal disagio; fuori sembravo una persona battagliera e tosta, mentre dentro ero arresa e sconfitta, piena di ansie, insicurezze e paure. Totalmente dissociata dalla mia sofferenza e dalle mie fragilità.

Come sia possibile, ti chiederai, che una patologia agisca sul carattere e sul comportamento di un individuo?
So che può sembrare assurdo ma esistono numerose ricerche che dimostrano la reciproca influenza nell’asse cervello/intestino, QUIuna giusto per cominciare una tua eventuale ricerca in merito.
Intorno al 2012 ho cominciato a vedere la cosa da una prospettiva differente.
Non so dirti di preciso cosa sia cambiato dentro di me, ma ho sentito l’esigenza di cominciare a lavorare in maniera diversa su me stessa e sulla mia malattia, e mi sono avvicinata ad alcune discipline olistiche.
Tra corsi più o meno utili, sono finalmente giunta alle discipline contemplative, alla meditazione.
Da lì alla comunicazione non violenta e alla mindfulness il passo è stato breve ma importante.

Il percorso è lungo, lavoro su me stessa da quasi dieci anni e sento di essere ancora una principiante della vita, ma alcune prospettive sono così inevitabilmente cambiate che, ad oggi, mi ritrovo a considerare molto di ciò che vivo in chiave esperienziale e con immensa gratitudine, anche cose che di primo impatto mi fanno provare tristezza o mi portano nello stato mentale vicino alla rabbia (che poi con la gestione della rabbia ho tutto un altro pacchetto di problemi, ma ne parleremo in un’altro momento).

Quindi?
Sono diventata saggia da quando studio e pratico la mindfulness?
No, temo di no.
Ho solo imparato a gestire il dolore e il disagio fisico in maniera differente, ho accettato questa mia condizione lasciando andare ogni tipo di sensazione di inadeguatezza o rifiuto a riguardo della mia patologia, tanto che oggi non mi crea problemi parlarne apertamente.
Ci rido, ci scherzo, non mi arrendo e sono grata per la possibilità che questa malattia mi regala: la possibilità di scegliere di vedere e vivere ogni giorno come fosse nuovo.
Questo compagno di viaggio peculiare mi insegna ogni giorno il valore dell’ascolto del corpo, della pazienza, dell’accettazione, e dell’enorme quantità di vita sana e pulsante che brulica in me.
Io, forse, sono una studentessa un po’ lenta di comprendonio e mi applico meno di quanto potrei, ma sto davvero imparando tanto.

Come mi aiuta la mindfulness?
Mi aiuta a gestire il dolore quando questo bussa alla porta e non mi fa dormire o mangiare;
mi aiuta a rimanere nel qui e ora ed evitare le crisi di ansia che prima mi assalivano ad ogni visita o peggioramento;
mi aiuta nelle fasi preparatorie di alcuni esami che sono davvero fastidiose e che negli anni mi causavano rigetto e nausea;
mi aiuta a sentire i messaggi del mio corpo, del mio intestino e del mio frequente bisogno di riposo;
mi insegna ad ascoltare di nuovo i segnali di fame e sazietà che avevo perso e ristabilire con calma e pazienza un rapporto sano con il cibo;
mi aiuta a celebrare la possibilità di una terapia a vita anziché esserne insofferente;
mi aiuta nel contestualizzare il qui e ora e non stare con la testa -e la pancia- nel passato o nel futuro;
mi aiuta ad accettarla e ad accettarmi così come sono e, ti assicuro, per una persona come me che ha sempre masticato pane e insicurezza, non è poco.

Non è tutto qui, ogni giorno capita qualcosa che mi faccia capire quanto fortunata io sia e quanto sia stato salvifico imparare a stare in me stessa, nel momento, nella malattia, nella vita…
In effetti, ripensandoci, è tutto qui e non è poco.
In rapporto alla mia patologia autoimmune, dunque, la mindfulness mi sta insegnando a stare.
E viverlo nella pelle, capire davvero cosa significhi, mi regala l’immensità.

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