🎧 Se vuoi, puoi indossare le cuffie e ascoltare l’articolo 🎧


Tra il 1999 e il 2009, ho seguito varie terapie sperimentali per “addormentare” il morbo di Crohn, la patologia autoimmune che mi accompagna dalla prima adolescenza e, nel 2010, ho sperimentato la prima vera remissione della malattia.
Ero felice, mi sentivo bene dopo tanto tempo, ma mi accorsi di aver perso un pezzo per strada: non sentivo più bene o chiaramente il senso di sazietà, non provavo enorme piacere nel cibo eppure mangiavo disordinatamente, troppo o troppo poco, frettolosamente e senza gustare le pietanze.


La mia dieta era cambiata -avrebbe continuato a cambiare negli anni a seguire- e nei periodi in cui l’infiammazione tornava a bussare alla porta, le restrizioni alimentari aumentavano; le intolleranze mettevano la ciliegina sulla torta e il mio distacco rispetto al nutrire/nutrirsi si espandeva; se cucinavo per qualcun’altro, diventavo Suor Germana ai fornelli, mentre se dovevo mangiare da sola, non mi curavo di molto se non di ricordarmi di mangiare.
A completare l’opera si aggiunse l’impulsività (o la compulsione) che mi spingeva a mangiare cose che sapevo mi avrebbero fatto male, al grido di “ma sì, è un’eccezione” pagando poi il gesto con giorni di malessere e false promesse sullo stile “questa è l’ultima volta”.
Ci sono stati momenti nei quali mi sono messa d’impegno e sono intervenuta di nuovo sul programma alimentare, creando diete (insieme al medico) che cercavo di rispettare per stimolarmi a variare tra i cibi a me accessibili e recuperare ritmi normali. Qualche volta ho resistito più a lungo e poi, inevitabilmente, ricadevo nel baratro del cibo compulsivo e dei dolori cronici.
Ho sempre nascosto bene la mia insoddisfazione alimentare, mi sono sempre piegata alle eccezioni e alla volontà di non creare disagio agli altri se mangiavo fuori casa, per non disturbare troppo o dover affrontare argomenti scomodi.
Così facendo, continuavo ad aumentare la distanza fra me e il mio corpo.

Nel 2016 ho letto alcuni testi a proposito del secondo cervello e delle connessioni tra cervello-intestino, l”argomento mi incuriosiva e, sulla scia dell’integrazione con le discipline olistiche, la meditazione e le tecniche di rilassamento, ho cominciato a fare molto più caso ai fattori propriocettivi, alla mia capacità di sentire la pancia.
Più cercavo di ascoltare quella parte del mio corpo, più mi rendevo conto di quanto ne fossi sconnessa, e mi sentivo frustrata per la quantità di tempo che investivo alla ricerca di una percezione di me stessa che non arrivava.

Il lavoro a 360 gradi tra comunicazione nonviolenta e mindfulness, mi ha regalato nuovi strumenti per riuscire a riavvicinare quella parte di me.
La prima volta che ho fatto la meditazione dell’uva passa (che consiste nell’approccio consapevole all’atto di mangiare un chicco di uvetta), ho pianto perché ho rivissuto, per un momento, la bellezza dell’assaporare il cibo.
Da allora ho cominciato pian piano, a cercare di introdurre una crescente consapevolezza verso il cibo, non tanto rispetto a cosa mangiassi bensì a come mangiassi.
Sentire la pancia non è stato immediato, anzi ci ho messo parecchio tempo e mi capita ancora di non sentirla; la maggior parte delle volte ora sento di essere sazia e spesso riesco davvero a gustare ciò che mangio.
Non ti sto parlando di soluzioni miracolose e di successi per forza, mi servono impegno, costanza, fiducia e serve non pretendere un risultato ma accettare i miei progressi e celebrarli quando li riconosco.
Ovviamente tutto questo in parallelo con le terapie effettive, ci tengo a ribadirlo perché ho molto a cuore che le mie parole non vengano fraintese.

Potrà suonare strano sentir parlare del rapporto con il cibo in questi termini ma in questi anni mi sono resa conto di come, dietro il semplice atto del pranzare o cenare, io racchiuda tutta una serie di immagini ed emozioni, di problemi che fino a qualche anno fa erano profondi insoluti.
Lavorare sul mangiare in consapevolezza mi aiuta a risolvere i problemi che ho avuto per oltre 17 anni con il cibo, mi restituisce l’immagine perduta della bellezza del nutrimento, mi ricorda di quanto sia fortunata a poter godere dei pasti quando abbia fame, mi insegna quanta gratitudine possa provare nei confronti della mia terra e dei frutti che ci regala;
mi aiuta ad accettare il mio corpo e le sue fragilità, i suoi umori e i suoi cambiamenti (che poi sono i miei);
mi apre a nuovi punti di vista sull’atto del nutrire/nutrirsi e mi rimette in connessione con bisogni a lungo trascurati dentro di me.

Lo spirito con il quale ti racconto tutto questo, è sempre lo stesso: condividere.
Dunque ti chiedo: qual’è il tuo rapporto con il cibo?
Come vivi l’atto del nutrire/nutrirti?
Mangi di fretta o assapori ogni momento?
Mangi anche quando non hai fame o ascolti i segnali del tuo corpo?
Hai mai fatto la meditazione del chicco di uva passa?
E se no, ti andrebbe di provare?

Come al solito, ogni commento è il benvenuto, sia in commento o messaggio privato, come preferisci 🖤

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *